Abbazia di Spineto
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La contessa "Dorilla" e il Castello delle Moiane

dal sito intoscana.it












Bibliografia:
Idilio Dell’Era - Antiche leggende toscane - Lucio Pugliese Editore – Firenze
 
 
Abbazia di Spineto
Abbazia di Spineto
 
Il castello delle Moiane, in quel di Siena, sorgeva nero e quadrato tutto di pietra sul cocuzzolo del monte che portava il medesimo nome. Oggi non c’è rimasto che un mucchio di sassi coperti di secoli e di edere. A quei tempi, prima del mille, o, per essere più precisi, nel secolo ottavo, quello era un mezzo paradiso ossia un inferno. Paradiso per i cattivi e inferno per i buoni.

A solatio, chiuso da valloni e da ponti levatoi, da vigne e da boschi, di lassù si vedevano le strade chiare, fiancheggiate da brune cipressete, salire per l’etrusca montagna di Cetona, scendere a precipizio nel fiume del Lastrone, piegare al turrito paese di Sarteano, avvallare verso le pianure della Chiana e su le crete della Val d’Orcia. E in fondo all’orizzonte, come due pupille incantate, i laghi di Chiusi e il Trasimeno.

Nelle mattinate trasparenti, quando tutte le cose si svegliano con un velo di luce dentro gli occhi di lassù si udivano le campane di Spineto suonare a Messa, si vedeva la bella abbazia come un’isola franata nel turchino, con la torre dalle cento campane, con i chiostri colmi di fiori e di silenzio, e le celle armoniose di preghiere. A petto all’abbazia, il castello delle Moiane pareva una minaccia orrida e scura, quantunque avesse in cima al tetto un campanile a ventola con attaccata all’arco una campana piccola come una pera verdina. Segno evidente che anche dentro a quelle mura c’era di certo un chiesa per dirci la Messa tutte le domeniche e le feste più grosse dell’anno.

I contadini, però, ogni volta che passavano vicino alle Moiane sgranavano tanto di occhi, attenti se da uno di quei valloni uscisse fuori qualche armato. Se nessuno compariva, seguitavano, con trepidazione, la strada, ma se udivano anche il rumore di una foglia, si davano a gambe fra i campi, e arrivati a casa con la lingua ciondoloni e gli occhi spaventati, raccontavano di aver visto la contessa vestita da guerriero in cima al suo focoso cavallo, armata di alabarda e con la visiera tirata sul volto. Così per le campagne tutti non facevano che dire della feroce castellana.
- “Quella è una furia d’inferno” esclamavano le massaie “un demonio incarnato, figuratevi che va in giro di notte a cavallo come un uomo, con tanti soldatacci dietro, tutti cavalieri scomunicati come lei che le fanno la corte…!”
- “Lo sapete” aggiungeva una massaia “che su al castello lei comanda a bacchetta e se una povera serva, poniamo caso, si prova a risponderle appena quant’è niente, lei con uno spillone l’acceca e poi la butta dentro il trabocchetto”
- “Pare che sotto il castello ci siano più ossi di cristiano che sassi.”
- “Vergine santissima!”
- “Anche il Padre Abate” diceva un’altra ”il Padre Abate di Spineto ha messo l’interdetto per ordine del Papa su quella casaccia, e nessuno dei monaci potrà andarci più a dir messa, quello è il castello del diavolo!”
Ma se i buoni cristiani avevano paura delle Moiane, e della contessa che l’abitava, tutti i ribaldi e i birboni invece ci salivano volentieri ogni giorno e ogni notte perché erano sicuri di andare a nozze e la contessa li aspettava a braccia aperte. C’era sempre sul focolare del castello, largo e fiammante come una geenna, infilato sullo spiedo un mezzo cinghiale o un quarto di vitello che si rosolava apposta per loro, mandando un odorino da cento miglia lontane. E le ampie sale damascate di drappi orientali rossi come la porpora dei sultani, risuonavano di risate, di levrieri, di festa e della voce stridula della contessa.

Era Dorilla l’ultima ed unica figlia dei feudi delle Moiane. Venuti a mancare i genitori, rimasta padrona del castello e delle grandi ricchezze degli avi, aveva fatto subito i suoi conti: “Sono finalmente sola, comanderò da me e tutti mi obbediranno. Vivrò da signora, cavandomi tutte le voglie e ogni capriccio.”
Questo era stato, come si suol dire il motto del suo programma.

Piuttosto brutta con il viso da maschio, la fronte segnata da una cicatrice nera, gli occhi verdi, i capelli rossastri, le spalle larghe, adatte più per vestire indumenti guerreschi che femminili, il passo spedito e concitato, la voce stridula di falco affamato, si era messa intorno subito una schiera di corteggiatori, ribaldi e facinorosi. Il suo castello era, tutte le notti, una tresca diabolica. Nella sala dei grandi ricevimenti, aveva eretto un trono di damaschi e di broccati ed ella vi sedeva in abito da guerriero, con l’elmo d’argento in capo sfavillante, lo scudo imbracciato e intorno a lei sedevano donne e donzelle, e i corteggiatori, conti e marchesi, suonavano, sulle cetre, epitalami e stornelli. E i paggi accarezzavano i falconi dagli artigli duri e grifagni tenendoli alti sul pugno, e i levrieri, lunghi e magri guaiolavano sognando fra le gambe dei signori, fughe di cervi e lucidi caprioli.

Per le cacce, che si davano quasi tutti i giorni nella stagione propizia, il poggio delle Moiane, brulicava di cani e di guerrieri. Allora si vedeva la contessa in cima al focoso cavallo buttarsi tra La macchia alta e rumoreggiante con schiamazzi e urli dietro un cinghiale o una cerva ferita. E tutti i cavalieri la applaudivano come una regina vittoriosa. A notte, il castello risuonava di danze e di canti spensierati. E i contadini tendevano l’orecchio inorriditi.

Talvolta. Nelle quieti notti di autunno, dentro il castello si accendeva tutto di fiaccole rosse, mandava riflessi spettrali giù, giù per le balze e i valloni: le sue muraglie sembravano pilastri di smeraldo incandescente, e fra i campi ci si vedeva come di giorno. “Il Padre Abate” brontolava un contadino sceso nel campo con la zappa in mano, credendo che fosse scoppiato qualche incendio “Il padre Abate, quel vecchio che pare un santo, che comanda tanto e dice che conosca il Papa, proprio di persona, pare impossibile che non trovi un rimedio per questa furia di inferno!”
- “Ho paura che, un giorno o l’altro, la contessa pigli tutti i suoi soldati e muova su Spineto per ammazzare i monaci.”
- “Ha fegato di farlo.”
- “L’interdetto caro mio l’ha sentito e ora morde il morso!”
- “Chi la vincerà?”
- “Io dico che i monaci non si lasceranno sopraffare, si tratta di uno scandalo troppo grosso.”
- “E io dico che la contessa, la notte di Natale, o un prete o un frate lo troverà, a tutti i costi, per la Messa.”
- “Vedremo.”

Il Padre Abate era veramente indignato per il contegno della contessa, e quello che più lo angustiava era la stranezza e la dissolutezza di quella femmina, la quale oltre agli altri difetti aveva anche quello di dirne di cotte e di crude a riguardo dei Monaci. Fenomeno strano, perché i conti delle Moiane, Feudatari dell’Abbazia di Spineto, erano stati sempre buoni cristiani, timorati e benefattori del monastero. Ma Dorilla, piena di superbia, si credeva in diritto di comandare anche al Padre Abate.

Per molti anni, i bravi monaci avevano seguitato a salire al castello dei feudatari per celebrare nella loro chiesina, la Santa Messa. Ora che la degenerata contessa si era data in braccio al demonio, il Padre Abate, da buon religioso, aveva avvisato Dorilla di mutar vita, ma visto vano ogni consiglio, proibì ai Monaci di salire alle Moiane, non solo per dirvi la Messa, ma anche per qualunque bisogno. E la contessa, ogni volta che incontrava qualche monaco per la strada, lo squadrava da capo ai piedi con disprezzo. Intanto si avvicina la notte di Natale.

Come tutti gli anni, quasi ad indicare alla terra che il Signore, vuole nascere nell’innocenza e nel candore, era scesa la neve a falde larghe e insistente per settimane e settimane di seguito. Poi il cielo si era ricomposto in pace e sugli alberi era rimasto attaccato quell’albore chiaro che somiglia al sonno della luna e si sognano i gigli nell’orto.

Mentre i fiumi, ripigliano a correre, i ruscelli a cantare come gole innamorate, le stelle tornano più nuove con brulichio di conchiglie pescate nel mare, e i fanciulli pensano che veramente stia per passar il bambino Gesù che attacca le corolle bianche al ramo del mandorlo.

La contessa inviò a Spineto un messaggero per chiedere al Padre Abate che mandasse, quella notte, al castello, un monaco a celebrarvi la messa di mezzanotte. Il messo tornò prima di buio.
- “Ebbene?” gli chiese la contessa.
- “Irremovibile” rispose il paggio, scotendosi un poco di neve dalla punta delle scarpe.
- “Maledetti monaci!” esclamò Dorilla mordendosi a sangue il labbro inferiore.
Il castello, era pieno gremito di conti e marchesi. La notte scendeva, e per le ampie sale le ombre che crescevano a poco a poco. Fuori, quel silenzio bianco e ovattoso restava pietrificato sui monti, ma nel turchino pulito brillava una bionda elegia di stelle. A cacciare la tristezza della notte, i paggi avevano acceso in mezzo alla sala un grande fuoco. I rami secchi e stagionati di quercia scoppiettavano allegramente come una selva odorosa e seduti intorno ai lunghi tavolini, dopo aver lautamente cenato, i baroni giocavano a dama. Si vedevano le ombre delle loro teste dondolare sulle pareti, Dorilla sembrava un poco soprapensiero, ma ad un tratto, riempita, alla presenza di tutti, una larga tazza di un vino vecchio gagliardo: “Alla barba del Padre Abate” esclamò tracannandolo tutto di un fiato. I cortigiani risero spalancando la bocca maliziosamente.
Fuori, la notte si stendeva come un ricamo d’argento nel sonno della neve. Poi s’intese un doppio di campane lontano, sembrava che naufragassero al confine turchino del cielo, andavano, tornavano, unite con dondolìo accorato. Voci che chiamavano a un dolce ricordo di presepio.
Dorilla le intese, scosse la divisa di guerriera, si accese di sdegno e: “suonate per la Messa” gridò al servo sacrista che passava in un corridoio, in quel momento. Il buon vecchio dalla barba ispida e folta: “Madonna” rispose “è già ora tarda e nessun monaco o religioso è comparso ancora al castello.” - “Suonate vi ho detto” ripeté insistente la stridula voce.
Il vecchio si attaccò alla fune campanaria, e tutti i conti e i marchesi sussultando di meraviglia: “E’ arrivato il monaco!” bisbigliarono tra loro. Ma per quanto cercassero con gli occhi nelle sale a pian terreno, nella sacrestia, dentro la chiesa, nessun ombra di religioso.

Dan, dan, dan. La campana aveva rintocchi misteriosi, pareva il grido di una bestia ferita. Un terrore gelido si dipingeva sulle pareti del castello e sul volto dei cortigiani. Poi, i paggi, i conti e i marchesi, tornando a sedere, tentavano di riattaccare la partita rimasta a mezzo, ma una profonda tristezza li invadeva. Qualcuno dava una pedata ad un tizzo, un altro annoiandosi, ciondolava la testa fra le mani come se cascasse dal sonno. E di nuovo la campana tornava a suonare Dan, dan, dan sempre più lugubre con rintocchi lenti.
La contessa si inquietava con il sacrista campanaro: “E’ un suono di morte! Un suono di morte!” esclamava “suonate a festa, suonate a festa!”
- “Madonna” brontolava il vecchio di dentro alla torre “hanno stregato la campana; sentite madonna come piange!” Il sole si spandeva nella gelida notte, entrava cupo per le stanze del castello come se qualcuno rantolasse in agonia.
Marchesi, conti e cavalieri ascoltavano con profondo fastidio, con indicibile tristezza quel suono così tanto diverso dagli altri suoni, dalle altre campane. Nessuno aveva più voglia di giocare: si sbandavano ad uno ad uno non avvedendosi nemmeno che la contessa era scomparsa. Dan, dan, dan! L’ultimo doppio. Mezzanotte. Nel tepore delle abbazie, nelle chiesine di montagna solitarie e dimenticate, nasceva Gesù. Tutti i cortigiani scesero nella cappella del castello.
“Dorilla, Dorilla! Dove mai si è cacciata la nostra donna!?” chiedevano, dinanzi all’altare acceso nella profonda chiesa feudale. Silenzio. Poi l’usciolino di sacrestia si apre e uno strano sacerdote si avvicina. Indossa il camicie lungo fino ai piedi e la pianeta doro, reca in mano un ampio calice d’argento.

- “La contessa?” tutti si guardano sbigottiti, non credendo ai propri occhi, la mirano, la scrutano: “E’’ lei.” Le si vede sotto gli indumenti sacri, diritta e intirizzita la corazza maschile, e i capelli attorti con minutissime treccioline intorno alla nuca hanno il colore rossigno. Lo strano sacerdote si traccia il segno della croce, mormorando “Introibo…”.
Ma sulla fronte nel punto dove si tocca, rimane attaccata una macchia nera, e così sulle spalle e sul petto. Le candele mandano una strana luce di fuoco, la figura sacerdotale sale l’altare, ma, dall’ampio calice, schizza fuori, d’improvviso, un serpente, dagli occhi di drago, la lingua acuminata, dalle ali di fiamma. Emette un sibilo lungo, una nube di fumo sale, divampa, avvolge l’altare, invade la chiesa. Urli e schiamazzi si levano, poi silenzio e terrore. Il falso sacerdote è avvinto dalle spire del drago. Si muove, si nutre in un globo di fuoco, le sue trecce si sciolgono, il suo volto è una lastra di fuoco. Le pareti del castello si scuotono dalle fondamenta, si spalancano gli usci e l’urlo di un vento misterioso li sbatte. Il globo si rovescia per terra, si agita, sale fino al soffitto, il tetto si scoperchia, striscia nell’aria il globo, ripiomba a guisa di parabolo, rotola frusciando e sibilando giù giù tra i valloni come un fiume di sangue e di bracia, rantola, si inabissa nelle viscere della terra…

Sotto le pietre dell’antichissimo castello, una sacrilega contessa si aggira. Una furia infernale la tiene avvinta nei suoi artigli, la batte, la flagella ogni ora, notte e giorno. E nelle cupe notti di tempesta si ode un lamento di voce umana che mette nel cuore la tetra paura. E la terra sterile e nera non germoglia mai il sorriso di un fiore…

Bibliografia:
Idilio Dell'Era - Antiche leggende toscane - Lucio Pugliese Editore – Firenze
 
 
 
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